I ladri non hanno colore

Se volessimo elencare, basandoci solo sulla memoria, gli scandali accaduti nella vita pubblica italiana negli ultimi anni, rischieremmo di dimenticarne qualcuno.

Il sito Wikipedia, alla voce “Scandali italiani” ne cita 31, ad occhio e croce, ma non è aggiornato.

Pensiamo ai recenti Mafia capitale, EXPO, MOSE, Rimborsopoli e volendo potremmo risalire fino a Tangentopoli, ma si potrebbe tornare ancora più in là nel tempo ed arrivare allo scandalo della Banca Romana del 1892 e le cose non cambierebbero.

Tutti questi eventi si distinguono  per date, luoghi, nomi coinvolti, entità delle cifre ma sono accomunati da due elementi:

  • il fatto che individui senza scrupoli abbiano approfittato del potere per derubare la comunità che avrebbero dovuto servire e
  • la ricerca di un’attribuzione politica.

Il primo dei due elementi ci fa risalire direttamente alla natura umana e pertanto possiamo ritenerlo immutabile e incurabile, seconda l’antica massima cinese per la quale, se c’è una soluzione è inutile preoccuparsi e se non c’è una soluzione…….  è inutile preoccuparsi.

Ciò al limite rende importante il fatto che la società e i partiti si diano regole molto rigorose di controllo interno e di esclusione perenne di persone condannate per reati contro la “Cosa pubblica”.

Ladro o politico?
Ladro o politico?

Il perché del secondo fattore è facile da comprendere;  riuscire a dare un colore politico ai colpevoli permette  di ottenere un sia pur breve vantaggio nei confronti degli avversari (fino a quando un nuovo scandalo non investirà domani chi oggi fa il moralista), ma più che altro consente di credere che il male ovvero la corruzione sia altrove, che i cattivi siano gli altri.

Nulla di nuovo sotto il sole: etichettare il male significa allontanarlo da se, fingendo di ignorare che in una società  complessa nessuno è totalmente estraneo agli eventi che in essa accadono.

Questo alibi impedisce una seria riflessione e una profonda autoanalisi che potrebbero rivelare insospettabili responsabilità e somiglia  non poco, al nostro antico vezzo di generalizzare  criticità.

Ma si può davvero pensare che i ladri, i corrotti e i corruttori, gli imbroglioni e i truffatori siano tutti da una parte?

E inoltre,  delinquenza e politica possono davvero mescolarsi? O meglio, possono coesistere nella stessa persona istinto a delinquere e motivazione politica?

Immagino che la mia risposta possa apparire assurda specie di questi tempi ma, come Epicuro nella sua lettera sulla felicità sosteneva che noi e la morte non ci incontriamo mai perchè finché ci siamo noi non c’è la Morte e quando c’è lei non siamo più noi, ritengo che se sei un politico non sei un ladro e se sei un ladro non sei un politico.

Proviamo ora a dare consistenza a questa ipotesi che rischia di apparire puramente accademica.

Partiamo da quelle  che alcuni psicologi definiscono “scale valoriali” ovvero quel modo assolutamente peculiare che ciascuno di noi ha di inserire in una graduatoria di priorità quei valori morali, etici, esistenziali in base ai quali orienta la propria vita.

In questa scala virtuale cosa mettiamo al primo posto? La famiglia, la Patria, il dovere, il denaro, il potere o che altro ancora?

Sarebbe interessante fare questo piccolo esperimento: prenderci un po’ di tempo, staccare il cellulare e provare a scrivere almeno i primi cinque valori della nostra ipotetica scala. Possiamo facilmente immaginare che questa breve lista avrà sostanziali differenze se scritta da un politico oppure da un ladro.

Il primo, fatti salvi gli affetti personali naturalmente, inserirà in cima all’elenco: i Cittadini, il proprio Paese, la Legge, il Partito. Il secondo privilegerà il proprio interesse, il denaro non dando alcuna importanza né alla Legge che violerà né ai cittadini sue vittime.

Molto simbolica sarà anche la “percezione di ruolo” ovvero come ci percepiamo all’interno del gruppo sociale, quale crediamo essere il nostro compito, il nostro spazio e come avvertiamo le attese che l’ambiente esterno ha nei nostri confronti.

Il politico si vedrà  come una persona che mette se stesso e le sue competenze al servizio della società per migliorarla, per renderla più sicura, per farla funzionare in modo efficiente.

Il ladro invertirà totalmente questa visione ed adopererà le proprie competenze per sfruttare quella società nella quale si inserirà come un parassita.

Insomma scegliere di essere un ladro e di praticare lo sfruttamento pone un individuo al di fuori del gruppo organizzato e, in quanto scelta etica, è precedente a qualsivoglia scelta politica o professionale.

Un ladro se deciderà di fare il medico lucrerà sui malanni dei suoi pazienti, se indosserà un’uniforme la sfrutterà per ottenere illeciti benefici, in sintesi sarà sempre e principalmente un ladro.

Quindi “politico ladro” è un ossimoro come ghiaccio bollente o silenzio fragoroso.

In primis siamo persone e come tali decidiamo se vivere in modo etico o meno, le decisioni successive saranno necessariamente influenzate dalla prima scelta.

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2 commenti

  1. Tutto questo è molto vero, a patto di essere coscienti di una sottile, ma neppure troppo, distinzione verbale (e di verbo). La distinzione tra “essere” politico e “fare il” politico. Non voglio assolutamente buttarmi nel qualunquismo, ma se con “fare il” politico intendiamo operare per mestiere, impadronirsi delle tecniche di creazione e gestione del consenso per costruire la propria carriera, prima che per far capire la bontà delle proprie idee per la società, allora certamente nei palazzi della politica ci sono molti che “fanno” i politici, forse più di quanti “sono” politici.

    E certamente “fare il politico ed essere ladro” non è, purtroppo, un ossimoro.

    Sarebbe bello, come cittadini, almeno imparare a distinguere un po’ tra queste due categorie di persone che si richiamano alla politica, ma non mi sembra affatto facile a priori.

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