I tassisti vincono e i nostri giovani emigrano

Qualche giorno fa mi arriva un messaggio dal mio amico Emilio; anche se gli sms certo non possono trasferire gli stati d’animo, ne intuisco la gioia mista ad orgoglio.

Claudia sua figlia, mi dice l’amico torinese nel messaggio, ha superato i colloqui di selezione per un posto da infermiera in un ospedale inglese ed è stata assunta.

Londra è una meta preferita dai nostri giovani che emigrano
Londra è una meta preferita dai nostri giovani che emigrano

Immagino che misto al piacere che inevitabilmente un genitore prova quando un figlio entra per la prima volta nel mondo del lavoro, vi sia anche un pizzico di malinconia.

Londra non è agli antipodi, in due ore di volo low cost (ovvero spendendo meno di uno Eurostar Bologna – Milano) ci si arriva e, diciamolo onestamente, i nostri giovani emigrati non sono come i nostri nonni emigrati.

Oggi diventano presto cittadini del mondo, parlano l’inglese e tramite social e altre piattaforme sono in contatto con coetanei di ogni latitudine.

Ma un figlio rimane un figlio e saperlo lontano, non vederlo ogni domenica a condividere la bagnacauda della mamma o il bonet (tipico dolce piemontese a base di cioccolato e amaretti), deve essere comunque un sacrificio non indifferente.

Sono felice perché il mio amico Emilio è felice ma sono anche un po’ infelice perché pur di trovare lavoro una ragazza si dovrà allontanare di oltre un migliaio di chilometri dai suoi cari.

Se fosse stata una scelta professionale niente da dire, è chiaro; ma temo che come per tanti altri giovani sia stata una scelta obbligata ovvero una non-scelta; quel tipo di decisione che si sintetizza nella metafora: o bere o affogare.

E quando dico tanti altri intendo proprio tanti.

Sono 550.000 mila circa gli italiani che negli ultimi anni si sono trasferiti in Gran Bretagna; nella sola Londra lo scorso anno quasi 80.000 giovani italiani si sono iscritti all’equivalente della nostra Camera di Commercio.

Ciliegina sulla torta? La maggioranza è composta da laureati.

Con una di quelle misteriose connessioni che la mente fa, mi torna in mente una notizia di qualche giorno prima; una sentenza ha dato ragione ai tassisti nella loro diatriba giuridica contro UBER e ha definito il servizio di tale società, basato fortemente sulla flessibilità della Rete, “concorrenza sleale”.

Manifestazione dei tassisti contro UBER
Manifestazione dei tassisti contro UBER

Sono felici i nostri costosissimi e protetti tassinari insieme ai loro avvocati, per quella che considerano una vittoria, se non della legalità sicuramente dei loro privilegi.

Ma perché il mio vecchio cervello ha collegato una ragazza che deve andare via dall’Italia ai tassisti protezionisti?

Perché sono due facce della stessa medaglia!

Tanto più le corporazioni professionali si arroccano nei loro vecchi benefici, tanto più un mercato del lavoro ingessato spinge coloro che cercano lavoro a individuare nuovi mercati più flessibili.

La Gran Bretagna appunto.

Questi fenomeni si chiamano “megatrend” e non si possono fermare; vale lo stesso per l’immigrazione signor Salvini e company.

Ciò che non vogliamo capire di Internet.

Nel mondo attuale sarebbe un grave errore ritenere l’informatica e più che altro la Rete come una innovazione tecnologica; sarebbe come pensare che la diffusione dell’automobile sia stato un fenomeno prettamente economico. Sbagliato! Fu un fenomeno sociale perché ridusse le distanze, avvicinò le persone, attenuò i confini culturali.

Internet non è tecnologia e smanettoni, ma un nuovo modo di vedere la nostra vita.

Limiti e confini che auto, aerei e treni avevano eroso, Internet li sta annullando, senza dimenticare che per la Rete non vi sono più confini non solo di spazio, ma neppure di tempo.

Pensare che il mondo del lavoro debba restare immune da questa rivoluzione è miope oltreché deleterio.

Le agenzie di viaggio avrebbero dovuto citare i vari “Lastminute. com” piuttosto che “Trivago” o “Expedia” solo perché offrono un servizio più snello, personalizzabile ed economico?

Le case discografiche si sono dannate l’anima per anni e tante sono fallite ma non sono riuscite ad impedire la diffusione della musica in Rete e sarebbero arrivate alla chiusura totale se non fosse intervenuto l’accordo pensato dalla Apple per iTunes.

L’Enciclopedia Britannica si è dovuta adattare con flessibilità ad un’edizione on-line perché diversamente, chi oggi spenderebbe un capitale per una enciclopedia che nell’atto della stampa è già superata?

Perché mai i tassisti dovrebbero sfuggire a questa regola? Cosa li rende diversi?

Parafrasando l’eterno Humphrey Bogart nel film del 1952 “L’ultima minaccia”

: <è la Rete bellezza e tu non puoi farci niente>

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