Il mestiere più antico del mondo e l’ipocrisia delle parole.

Nonostante l’età tutt’altro che verde, ci sono cose che continuano a stupirmi e non so quanto questo sia un bene.

Una di queste fonti di perenne stupore è l’uso ipocrita delle parole, quasi che la scelta di un termine piuttosto che di un altro, sia in grado di modificare la realtà.

Un cieco sarà più felice se lo chiamiamo non vedente? E cosa ne dite del diversamente abile?

Recentemente i giornali nazionali hanno pubblicato una notizia che sicuramente non supererebbe la regola del “e chi se ne frega?”  informandoci che tale Vanessa, che si autodefinisce modella, è stata scelta da un miliardario americano per un harem di bellissime che lo accompagnerà in una crociera lungo la costa amalfitana.(Leggi notizia)

La modella Vanessa mette in mostra le proprie doti
La modella Vanessa mette in mostra le proprie doti

Dalle foto apparse direi che la ragazza è decisamente molto bella, pur facendo la tara delle immancabili migliorie di Photoshop, ma ripensando ai termini modella, bellissime, harem, il pensiero corre all’ipocrisia delle parole.

Ma come spesso mi capita, fatemi partire da lontano e più lontano del Giappone…..

Per prima cosa chiariamo un possibile qui pro quo; molti pensano che il mestiere della geisha sia quel mestiere ma con un nome esotico.

Niente di più sbagliato: le geishe non possono avere rapporti intimi con i clienti pena l’espulsione perenne  dalla casa di geishe che le ospita e da tutte le altre. A questa regola ci sono solo due eccezioni: quando per la prima e unica volta un cliente compra la sua verginità (ma in giapponese si usa il più poetico cedere la primavera) oppure se un cliente la vuole come  “piccola moglie”, praticamente un’amante ufficiale cui viene presa una casa, della servitù e che farà le veci di una seconda moglie.

Ma allora se non è il sesso la loro attività cosa fanno le geishe? La risposta stupirà gli ammiratori di veline e altre bellezze nostrane.

Questa parola significa artista e infatti la geisha, sin da bambina, impara a danzare, cantare, suonare uno strumento e più che altro deve avere un piacevole eloquio così da saper intrattenere i clienti con arguzia e intelligenza.

Non può certo mancare dalle sue competenze la “Cerimonia del tè” vero fulcro della tradizione giapponese;  ma non guasta se sarà in grado di comporre e recitare gli aiku brevi poesie composte rigorosamente da diciassette sillabe.

Il suo valore e quanto sarà ricercata, e quindi pagata dai clienti, dipenderà dunque dalla sua raffinatezza e cultura.

Con uno di quei simbolismi tanto cari a questo popolo, la geisha porterà un segno visibile che la contraddistingue dalle prostitute: la cintura del suo kimono (obi) sarà costituita da un lunghissimo nastro di seta che, ogni mattina durante la vestizione, viene legato tramite un complesso fiocco, in vita ma dietro, da un addetto che fa questo di mestiere.

Ciò simbolizza che una geisha non si spoglia se non a fine della sua giornata lavorativa quando ritornerà nella casa delle geishe.

Vestizione di una geisha
Vestizione di una geisha

Le sue meno dotate colleghe invece annodano la obi da se e sul davanti….per ovvi motivi dì praticità.

Perché questa lunga digressione?

Perché a rischio di sembrare retrogrado, dubito fortemente che la modella di cui sopra e le altre bellissime avrebbero un addetto per farsi annodare la obi tutte le mattine, dato che continuo a dubitare che siano state scelte per le loro doti artistiche.

Ma allora perché di fronte al più diffuso e antico mestiere praticato dall’umanità non chiamiamo le cose con il loro nome?

Ci siamo inventati il termine escort con grave danno della Ford, che ora si ritrova un modello di macchina che come chiamerà: Ford Mignot?

Diciamo che un miliardario raccoglie un harem per andare in crociera come se non fosse evidente la funzione di queste donne.

Ma cosa c’è di offensivo nel termine prostituta?

Qualcuno ha il coraggio di credere che questo mestiere sia più disonorevole di quanto fanno uomini e donne che, in politica, nelle aziende, nello spettacolo vendono la dignità pur di avere vantaggi e carriera?

A distanza di quasi cinque secoli abbiamo dimenticato l’insegnamento che il Bardo immortale fa pronunciare a Giulietta: Che cosa c’è in un nome? Ciò che noi chiamiamo con il nome di rosa, anche se lo chiamassimo con un altro nome, serberebbe pur sempre lo stesso dolce profumo. (Romeo e Giulietta: atto II, scena II)

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