Un falso referendum per un falso democratico

Ci sono parole il cui uso è tanto frequente e insensato da trasformarsi in abuso ingiustificato, ma la conseguenza più importante di tutto ciò è che le parole in questione perdano il proprio significato essenziale per ridursi a formule vuote, luoghi comuni, frasi da bar.

Lo sosteneva a suo tempo Orwell, quando parlava del turpiloquio e delle parole di origine sessuale che perdevano quel significato (nessuno se esclama c…zo! sta pensando proprio a quello) e accade oggi con parole come referendum e democrazia.

Proviamo a ragionare lucidamente su questi termini importanti.

La democrazia con tutte le sue imperfezioni rimane la forma di governo che più è in grado di tutelare i deboli, rispettare i diritti, mediare tra bisogni e attese diverse e, cosa non da poco, auto correggersi, individuare l’errore in se stessa e eliminarlo o almeno attenuarlo. Ciò avviene con un costante gioco di pesi e contrappesi di controllati e controllori e più che altro grazie alle elezioni.

Nei secoli si è dato il diritto di voto praticamente a tutti i cittadini maggiorenni e questo dovrebbe garantire una reale espressione della volontà popolare, ma attenzione: attraverso il voto il popolo da una delega ad alcune persone. Conferisce loro il mandato di decidere per conto del popolo ed è questo che fa un vero governante: decide!

Quando invece di farlo scarica sul popolo il peso di una decisione che non è stato in grado di prendere non è un democratico; è un vigliacco.

Cosa vorrebbero farci credere Grillo e le altre anime belle che in questi giorni inneggiano a quanto accaduto in Grecia? Che democrazia significa interrogare tutti gli elettori per ogni decisione? E allora a cosa servono i governanti?

E veniamo al referendum.

Si tratta insieme alle elezioni di uno strumento vitale della democrazia che il Garzanti definisce: consultazione diretta del popolo, che viene chiamato a pronunciarsi con una votazione, in termini di approvazione o di rigetto, su una specifica legge o su un atto normativo. In parole povere si escludono i quesiti di natura finanziaria e fiscale poiché alcuni sarebbero delle vere e proprie domande retoriche. Che senso ha chiedere ai cittadini se vogliono una nuova tassa?

Ma sorvolando su questo aspetto, perché si possa seriamente parlare di referendum occorre al minimo il verificarsi di alcune circostanze:

  • che i votanti siano ben informati sull’oggetto del contendere
  • che sia dato il tempo necessario perché le persone chiamate al voto possano informarsi ovvero leggere, chiedere, fare ricerche, parlare con amici e conoscenti per scambiare idee,
  • che nei limiti della dialettica politica le alternative in discussione siano presentate con equilibrio e onestà.

greciaCosa è accaduto invece in Grecia in un gioco di prestigio che rischia di danneggiare in primis i cittadini greci e poi anche molti cittadini europei?

Leggiamolo in un recente articolo del Corriere della Sera:

quanto alla prima condizione, scrive l’inviato ad Atene Federico Rubini: “…gran parte degli elettori non ha accesso alla «proposta dei creditori» (nel frattempo ritirata) su cui si vota. Il ministero dell’Interno non ne ha distribuito copie e il governo non l’ha pubblicato in Gazzetta Ufficiale all’annuncio della consultazione. Ai seggi il testo non sarà affisso. Le nove pagine in greco sono pubblicate solo sul sito del ministero, in un Paese che – secondo le stime della Commissione europea – resta agli ultimi posti per la diffusione di Internet con la Bulgaria, Cipro e la Romania. Metà della popolazione non si è mai affacciata in Rete, e basta l’uno per cento di quella metà per decidere l’esito del referendum.” Non è giusto fare illazioni ma sarebbe lecito sospettare che questa ignoranza indotta sul vero quesito del referendum avesse un qualche scopo?

E quanto alla seconda condizione? Sempre secondo il giornalista del Corriere “I greci entreranno nei seggi domani in condizioni che in molte parti del mondo non sarebbero regolari. Non c’entra solo l’osservazione del Consiglio d’Europa, per il quale il referendum non è in linea con gli standard internazionali, visto il poco tempo concesso agli elettori per farsi un’idea e la complessità del testo sul quale devono dare un sì o un no.” Non in linea con gli standard internazionali è un felice eufemismo giacchè i greci hanno avuto poco più di una settimana per decidere.

Veniamo infine all’onestà e alla trasparenza che sembrano il vero colossale difetto di questo referendum. Nel testo che comunque quei pochi elettori potevano leggere vi era “un errore di trascrizione sulle stime dei creditori sul debito molto sospetto. Un errore, ora corretto, ma che è rimasto per giorni sul sito del ministero degli Interni ellenico: nel testo originario, proposto dalle autorità europee, venivano esclusi problemi di sostenibilità del debito, ma per errore (?) sul quesito originario si diceva tutto il contrario. L’errore è stato notato dall’agenzia Bloomberg, ed è stato corretto dal governo greco con molto ritardo: il sospetto, dunque, è che si voglia orientare il popolo a votare “no”, a respingere dunque le proposte, allontanandosi così dall’euro”. Normalmente nei referendum la risposta positiva precede logicamente quella negativa in questo caso accade il contrario; “inoltre, polemiche ha destato anche il fatto che sulla scheda il “no” troneggi sul “si”, al di sopra, in una inusuale sequenza delle risposte”. E cosa dire di un governo di un paese allo stremo che ricorre a “pratiche clientelari messe in atto da un governo, quello di Tsipras, che si sta comportando in modo improponibile: trasporti pubblici gratuiti nella settimana del voto, mercoledì sono stati riassunti 230 dipendenti della metropolitana e giovedì 1.293 bidelli delle scuole”. E infine l’ultima assurdità: le schede votate andranno direttamente al ministero dell’Interno di Atene, e non alle sedi regionali vicine, come sempre fatto. E se non è sospetto questo???!!!

Il funerale della democrazia
Il funerale della democrazia

Gli elettori greci, in assenza di una reale conoscenza del problema, hanno quindi deciso tra le alternative proposte dai loro governanti ovvero tra, ripetendo le loro parole, l’umiliazione da parte dei creditori paragonati a terroristi e il rifiuto delle loro condizioni.

Quale altro risultato poteva aversi?

Dunque coloro che oggi inneggiano alla vera democrazia, si tolgano dagli occhi le bende del pregiudizio anti-euro o anti Merkel (comprensibilissimi e condivisibili) per capire che mai come ad Atene tale democrazia è stato tradita dando conferma a chi sosteneva che “la democrazia è un osso che si getta in pasto al popolo per fargli spuntare i denti”.

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