galleria Quando rubarono tutto il grano di Bologna

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A cura di Elisa Barbari   ely

Correva l’anno 1403, dopo la battaglia di Casalecchio Bologna cadde nelle mani dei Visconti che affidarono la difesa della città allo spietato governatore Bonifacio Cane, detto “Facino”. La sua fama di mercenario senza scrupoli e spietato condottiero fecero di lui un personaggio particolarmente odiato dai bolognesi. Inoltre era a capo dell’esercito milanese che presidiava Bologna con 2000 fanti e 400 lance.

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Bonifacio Cane, detto Facino

L’episodio che passò alla storia costandogli l’appellativo di “ladrone” fu conseguente all’incursione del 3 luglio 1403. Durante la notte le truppe papali tentarono di riprendersi Bologna riuscendo a scavalcare i merli delle mura sul tratto tra Porta Santo Stefano e Porta Castiglione. Uccisero le sentinelle, probabilmente con la complicità dei capitani delle due Porte aprirono un varco nelle mura da cui entrarono i soldati. A questo punto qualcuno si accorse dell’incursione e lanciò l’allarme permettendo di scacciare le truppe papali.

Il tentativo d’invasione diede a Facino la possibilità di attuare un piano diabolico, un furto in grande stile ai danni dei bolognesi. Con la scusa di garantire maggior sicurezza ordinò di chiudere le porte della città per quindici giorni. Nessuno poteva entrare o uscire, pena la forca. All’epoca le campagne si estendevano fin contro le mura e in luglio il grano cresciuto rigoglioso era pronto per la raccolta. Quei quindici giorni bastarono agli uomini di Facino per mietere l’intero raccolto e farlo sparire in tutta tranquillità. Una volta aperte le porte, del grano non v’era più traccia.

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Porta San Vitale

Non tardò molto perchè alla prima occasione favorevole i contadini bolognesi potessero insorgere. Dopo due mesi infatti, in seguito al trattato di Canedio tra i pontifici di Bonifacio IX e i Visconti, Francesco Gonzaga giunse a Bologna per indurre Facino alla resa della città. Quale occasione migliore per ribellarsi! I cittadini riuscirono a occupare Porta San Vitale ma Facino reagì saccheggiando case e uccidendo 12 uomini. Al suono di allarme delle campane i bolognesi accorsero per scontrarsi in un combattimento che in quattro ore contò oltre 200 morti. Facino ripiegò in ritirata coi suoi uomini nella cittadella del Pratello e nel Borgo San Felice. Per mantenere sicura la propria postazione per la notte incendiò 300 abitazioni subito fuori il Pratello. Finalmente il mattino dopo partì  alla volta del Piemonte di certo non a mani vuote. Il furto del grano fu solo uno dei tanti furti che operò nella sua vita e che gli permisero di accumulare ingenti patrimoni.

Morì dieci anni dopo a 52 anni, il suo cadavere restò nudo per tre giorni prima di essere seppellito privo di cerimonia nè lapide.   Senza eredi, lasciò tutto alla vedova la Contessa Beatrice Cane solo a patto di unirsi in matrimonio col Duca Visconti di Milano per mantenere intatto il potere della Signoria. La Contessa onorò il volere testamentario del defunto Facino sposandosi col Duca Filippo Maria Visconti. Ma i legami stretti per amore del potere e vile interesse sono destinati a vita breve. Questo poi, siglato nel nome del denaro, in parte rubato e macchiato di sangue, finì in tragedia. Nel 1418 il Duca farà infatti decapitare  la moglie accusata pretestuosamente di adulterio.

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